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CREDENZE E SUPERSTIZIONI

Il popolo è costituito prevalentemente da contadini, zolfatai e pastori, dall’animo semplice, che vivono a diretto contatto con la natura e che, come tutti gli uomini di mentalità primitiva, hanno credenze e pratiche relative che, talvolta, conferiscono ad esse una certa aria di mistero. Penetrare in questo loro mondo misterioso riesce particolarmente difficile a chi si propone di studiarne la vita nei suoi molteplici aspetti. Nella sua semplicità, spesso questa gente non nota quel limite, oltrepassando il quale, la credenza religiosa degenera in superstizione. Perciò capita dover notare come certe credenze siano anche diffuse tra cattolici praticanti che recitano l’«oraziuneddra», la quale in fondo non è che uno scongiuro, con la stessa semplicità con la quale recitano una qualunque preghiera, inginocchiati dinanzi ad una immagine sacra. A meno che non si tratti di vere e proprie formule il cui contenuto magico sia evidente, essi difficilmente distinguono la superstizione dalla religione. Di conseguenza non è difficile trovare tra le «donne di chiesa» quella che sappia «tagliare i vermi», guarire le malattie degli occhi, allontanare un pericolo, rendere inefficace un maleficio, ridurre all’impotenza gli animali nocivi o indagare il futuro, ricorrendo a queste «oraziuneddri» o «priéri». Difficile è però conoscere, nella loro sostanza, queste «orazioni», dette sempre a fu di labbra e le pratiche ad esse relative: «Le formule di scongiuro costituiscono i segreti del popolo, e coloro che ne sono a conoscenza difficilmente le comunicano ad altre persone, che non siano quelle che a loro volta dovranno servirsene per curare determinate malattie. A meno che esse non siano disposte ad aspettare determinati giorni dell’anno nei quali, in ore stabilite ed improrogabili, dovranno assoggettarsi a tutto un complesso di speciali cerimonie facenti parte di un vero e proprio rituale»

Scongiuri contro le malattie degli occhi

Lo scongiuro, «priéra» o «oraziuneddra» nel linguaggio dei nostri popolani, è il carme incantatore che quasi sempre accompagna una serie di azioni rituali. Esso costituisce spesso un documento di enorme valore etnografico e, talvolta, anche di notevole valore estetico. Di particolare interesse sono: la preghiera-scongiuro che, in seguito alla diffusione della religione cristiana, nacque «dalla fusione degli elementi della preghiera con quelli dello scongiuro», e lo scongiuro con «historiola». Quest’ultimo è costituito da un nucleo narrativo, l’«historiola», che racconta un breve episodio in cui un personaggio, quasi sempre un santo, ne guarisce o salva un altro da un pericolo. Un esempio tipico ci è dato dal seguente scongiuro riguardante le malattie degli occhi: 

Santa Lucia di notti tissia ,

Argentu tagliava ed oru cusia 

S’ascià a passari la Vergini Maria

e ci dissi: — Chi ia’ Lucia?

— Aiu ‘na furia nni st’occhi:

Nun pozzu stari susuta

e mancu a lettu a ripusari.

— Pirchì nun vinisti nni lu ma ortu,

ca c’era na macchia di finocchiu?

Ccu li ma manuzzi lu chiantavu,

ccu li ma piedi lu pidiavu,

ccu la ma vucca lu binidissi:

vattinni furia, cà i’ lu dissi.

I primi due versi alludono ad una leggenda secondo la quale Santa Lucia sarebbe andata sposa ad un giovane ricco, appena avesse terminato di tessere il velo nuziale. Ma Santa Lucia, novella Penelope, sotto il pretesto di volersi sbrigare nel più breve tempo possibile, lavorava anche la notte, durante la quale annullava il lavoro del giorno, ferma nel suo proposito di rimanere vergine. Naturalmente, a causa di questa enorme fatica, le si ammalarono gli occhi. Il nucleo narrativo presenta la Santa mentre tesse oro ed argento, metalli che, secondo una credenza popolare, «fanno bene alla vista». Infatti le nostre popolane, quando hanno male agli occhi, mettono grandi orecchini d’oro per guarire. Mentre Santa Lucia tesse si trova a passare la Vergine Maria e le chiede: Cosa hai Lucia La Santa accusa un irresistibile dolore agli occhi e la Vergine le insegna il modo in cui liberarsene: consiglia di ricorrere al finocchio che Lei ha piantato nel suo orto con le sue mani e benedetto con le sue labbra . Il breve dialogo si conclude con un categorico comando al male di scomparire istantaneamente . Quest’ultimo verso costituisce appunto la parte valida dello scongiuro. La pratica che accompagna le parole è semplice. Si prende un po’ di «finocchio di montagna» (Foeniculum dulce gusto acuto), indi si mastica e, recitato l’ultimo verso, si soffia fortemente sull’occhio ammalato. Chi scongiura crede che, recitando l’episodio, otterrà per il paziente gli stessi benefici effetti che la Vergine Maria ottenne per Santa Lucia. Gli scongiuri contro le malattie degli occhi sono particolarmente diffusi in Sicilia. Il motivo della Santa che tesse e cuce oro ed argento o che tiene in mano forbici d’oro si trova in molti altri scongiuri

Santa Lucia , ‘n cammara stacia, 

Oru tagghiava, e argentu cusia.

Passa la Matri Vergini Maria:

— Chi hai, Lucia, ca cianci e lacrimii?

— Chi vogghiu aviri, duci Matri Mia,

passau lu purpu, e mi desi ‘ntra l’occhiu:

non mi lassa non vidiri, né guardari. 

 — Zittu, Lucia, non lacrimari,

scinni nni lu me ortu, scippa pampini di brivina e finocchiu, ccu li tò manu la chiantasti, ccu li tò pedi la scarpisasti,

La testa di lu purpu cci scacciasti;

siddu è sangu sfissirà,

siddu è purpu a mari va.

Lo scongiuro è contro la malattia del polipo. Il rimedio che la Vergine suggerisce è un po’ diverso: al finocchio si aggiunge la verbena, «brivina». Il nucleo narrativo differisce sostanzialmente poco da quello della nostra lezione: come nel primo scongiuro Santa Lucia taglia e cuce, passa la Vergine, alla quale accusa l’irresistibile dolore degli occhi, e ne ha suggerito il rimedio. Ma mentre nella nostra variante la Vergine invita Santa Lucia ad andare nel suo orto a raccogliere il finocchio che Essa stessa ha piantato e benedetto, in quest’ultima la Vergine invita Lucia a cogliere il finocchio e la verbena che la Santa stessa aveva piantato nel proprio giardino. Gli ultimi due versi, che costituiscono la parte valida dello scongiuro, differiscono dall’ultimo verso della nostra lezione appunto perché quella riguarda la malattia degli occhi in genere, questa riguarda specificamente la malattia del polipo. Contro quest’ultima è diffusa tra i nostri popolani uno scongiuro che offre un esempio di magia omeopatica. Infatti per tagliare il polipo, «purpu», si prende uno spicchio d’aglio, si mette sull’occhio dell’ammalato e mentre si taglia con le forbici si recita il seguente scongiuro:

Cc’un paru di fuorfici taglienti ,

sientu allifriscari st’uocchiu arradichenti.

Il taglio dello spicchio ha l’effetto magico di tagliare il polipo.

Scongiuri contro i vermi intestinali

Diffusa è l’abitudine in mezzo al popolo di attribuire la causa di ogni malessere dei bambini ai vermi. Il bambino piange, starnuta, si contorce, ha gran prurito alla punta del naso, insomma sta male. La mamma subito sospetta dei vermi e va da una donna che sia pratica nel «tagliarli». La donna prende un bicchiere pieno di acqua limpida, del filo bianco di cotone, un po’ d’olio ed un paio di forbici; distende il bambino sulle ginocchia della mamma, ne misura la lunghezza col filo che piega in tre o in nove e quindi scopre il ventre del piccolo paziente, si fa il segno della croce e segna tre crocette col pollice sull’ombelico. Mentre con le forbici taglia il filo in pezzettini che lascia cadere nell’acqua del bicchiere, recita a fil di labbra il seguente scongiuro:

O Santa ‘Nastasia , ‘n capu lu munti si staggia.

S’ascià a passari la Vergini Maria:

— Chi ià, ‘Nastasia, ca chiangi?

— Chi aiu ad aviri, Matri di Dì,

ca li viermi si stannu mangiannu a mi’.

— Pirchì nun dici l’arazioni mi’? «Luni a ssantu, marti a ssantu,

miercuri a ssantu, juovi a ssantu, venniri a ssantu, sabatu a ssantu, la matina di Pasqua

casca lu vermi,

si fa ‘na frasca

e lassa libera la criatura mia.

Lo scongiuro contiene un «historiola». Santa Anastasia sta sul monte, passa la Madonna alla quale accusa il mal di vermi. La Vergine le suggerisce l’«orazione» che dovrà recitare per liberarsene. Se nel far cadere nell’acqua i pezzettini di filo, essi vanno a fondo vuol dire che i vermi sono morti e sarà più facile espellerli, se essi invece galleggiano vuol dire che sono vivi ed occorrerà ripetere l’operazione altre volte. Lo scongiuro deve essere recitato al sorgere o al calar del sole e da persona che l’abbia appreso la Domenica delle Palme dopo aver assistito in ginocchio e digiuna alla messa di mezzogiorno, oppure il Venerdì Santo nelle ore in cui ha luogo la rappresentazione della «Scinnenza». Gli scongiuri contro i vermi intestinali sono largamente diffusi nella nostra Isola. Il motivo di una Santa che accusa il mal di vermi alla Madonna, che si trova a passare, è assai comune. Lo ritroviamo in uno scongiuro, in cui è proprio Santa Anastasia che accusa il tormento causatole «da un verme del vermiciaio»:

‘Nastasia davanti la porta siria
passau la Matri Maria e cci dissi:
— Chi a’, ‘Nastasia?
— Aiu lu vermi di la virmaria.
«‘U luni e santu,
‘u marti e santu,
‘u mercuri e santu,
u ioviri e santu,
u venniri e santu,
‘u sabbatu e santu,
la duminica di Pasqua
lu vermi ‘n terra casca;
si cci taglia la testa,
si cci taglia la cura
e lu virmazzu pocu dura».

Particolarmente diffuso fra i nostri popolani è il seguente scongiuro: 

Santu Speditu ,

ca jistivu surdatu

ccu Nuosciu Signuri Gesù Cristu

e la Vergini Maria

ca ni libera di sta ‘nfirmitia.

— Ma chi la sa’?

— La saciu.

— Quali iè?

«Luni a ssantu,
marti a ssantu,
miercuri a ssantu,
juovi a ssantu,
venniri a ssantu,
sabbatu a ssantu,
la Duminica di Pasqua
lu vermi ‘n terra casca;
si taglia di testa,
si taglia di cuda:
iè librata ogni criatura».

A liberare dal male è sempre la Madonna ed anche questo scongiuro contiene la miracolosa litania dei giorni santi. La pratica che lo accompagna è identica a quella del primo scongiuro. Infatti anch’esso va recitato al sorgere o al calar del sole, il testimonio per eccellenza. Osserva in proposito il Bonomo: «L’aurora è scelta da chi scongiura, perché risponde alle condizioni di solitudine e di segretezza spesso richieste dalle cure magico-mediche. La notte non è affatto adatta ad un’operazione che deve ridare la salute; essa è, invece, il tempo favorevole a un’operazione di magia nera»

Scongiuri contro gli animali nocivi

Gli scongiuri contro gli animali nocivi sono in genere brevi per consentire, ritengono i popolani, a chi vi ricorre di recitarli nel più breve tempo possibile. In altri termini essi sembrano avere il carattere della tempestività, specie se riguardano quegli animali che assalgono l’uomo con maggiore violenza. Si crede che gli animali nocivi vengano resi impotenti solo nell’attimo in cui si sia terminati di recitare lo scongiuro. Di questi scongiuri so che ne esistono diversi, ma chi li conosce non li comunica agli altri per timore di renderli inefficaci e di privarsi quindi di un buon mezzo di difesa. Uno scongiuro che ho raccolto riguarda lo scorzone, in dialetto «scursuni». La vista di scorzoni, che strisciano furiosi fra le stoppie, o di un cumulo di lividi anelli mentre si solleva un covone, incute molta paura nella nostra gente di campagna, specie se ciò avviene sotto la canicola, periodo in cui essi più facilmente attaccano l’uomo. Il seguente scongiuro basta ad immobilizzare lo scorzone o a farlo scomparire in un crepaccio del terreno o in mezzo alle stoppie:

San Paulu",
primu ceraulu,
Sangu di Cristu,
ammazzami a chistu.
Nun ammazzari a mia,
cà sugnu figliu di Maria.

Si invoca San Paolo, «primo ceraldo», per il sangue di Cristo, perché uccida lo scorzone e salvi chi scongiura perché «figlio di Maria». Il serpente infatti niente poté contro la Vergine Santissima e spesso la nostra iconografia la rappresenta nell’atto di scacciargli la testa. Invocazioni-scongiuri simili a questa sono molto diffuse in Sicilia. In una variante si invoca San Paolo perché leghi bene il rettile «come si lega un cagnolino martirizzato:

San Paulu , lu primu ciràulu, attaccatimi a chistu, pi lu sangu di Cristu,

attaccatilu beddu attaccatu

comu un canuzzu marturiatu.

 

Per preservarsi dalle morsicature velenose e per affascinare i rettili, dicono:

 

San Paulu ciaràulu, ammazza a chissu ca è nnimicu di Diu

e sarva a mia

ca su’ figghiu di Maria.

 

In uno scongiuro si promette a San Paolo un «tredenari» perché allontani: «lo scorzone maledetto» che vuole mordere:

San Pauluzzu binidittu cc e u scursuni malidittu, chi mi voli muzzicari, San Pauluzzu facitilu alluntanari

e quand’asciu ‘n tridinari

a San Pauluzzu ci l’haiu a dari.

Il contenuto di queste formule d’incantesimo è sempre lo stesso: il rettile non può più nuocere perché affascinato da San Paolo, che nella maggior parte degli scongiuri è invocato come «primo ceraldo». Troviamo negli Atti degli Apostoli che il Santo, recatosi a Malta, mentre metteva legna sul fuoco, venne assalito da una vipera, la quale, pur essendosi attaccata ad un dito, non gli fece alcun male. Da questo racconto è nata la devozione all’Apostolo, come incantatore di serpenti, e la credenza secondo la quale clii nasce nella notte del 29 giugno o in quella dal 24 al 25 gennaio, commemorazione di S. Paolo, abbia virtù straordinarie. La parola «ciràulu» o «ciaraulu», trombettiere, sta ad indicare appunto questo fortunato che può maneggiare innocuamente per lui e per gli altri la vipera, l’aspide, la biscia, il calabrone, lo scorpione, il rospo, il ragno ed altri rettili velenosi»

Per inchiodare il cane che sta per avventarsi, i nostri Popolani ricorrono a questo scongiuro:

Santu Vituzzu nobili, e pulitu,

li gammi di cira e di fierru filatu:

fermati, cani, ca t’aiu liatu.

Nun muzzicari a mia,

cà sugnu figliu di Maria.

E un’invocazione-scongiuro a San Vito, «nobili e pulitu», perché aiuti chi scongiura contro il cane che sta per avventarsi.Il contenuto è quello comune a moltissimi altri scongiuri del genere diffusi in Sicilia: per intervento di San Vito le gambe del cane diventano sottili come fil di ferro e molli come cera, ragione per cui il cane rimane «legato» e non può più nuocere. I versi ripetono il motivo che chiude lo scongiuro contro lo scorzone: l’animale non può nuocere a chi scongiura perché figlio di Maria

Santu Vitu, Santu Vitu , siti nobili e pulitu li jammi di cira e di fierru filatu. Drummisciti, cani, cà t’aiu liatu.

Contro il cane abbaiatore, dicono:

Santu Vitu di Barbaria Iddu mali cci facia:

denti di cira e di ferru filatu zittuti cani, ca t’haiu liatu.

In una lezione il cane viene legato con l’aiuto di San Vito e nel nome di Maria:

Santu Vitu ,

beddu e pulitu,

anghi di cira e di ferru filatu

pi lu nnomu di Maria

liu stu cani c’haju davanti a mia:

fermati, cani, ca t’haju liatu!

I popolani fanno tre nodi in uno spago o nella cinghia, recitando questa invocazione-scongiuro:

Santu Vitu, Santu Vitu , siti nobili e pulitu,

cu ‘na catina di ferru filatu

curcati, cani, chi si’ ‘ncatinatu!

Oppure dicono:

Santu Vituzzu

nobili e pulitu,

gammi di cira e di ferru filatu

iettati, cani, chi t’haju ligatu!

T’aiu ligatu di manu e di pedi,

tu nun po’ in davanti o darreri.

Per «legare» il cane si rivolgono alla luna nuova, la quale ritorna carica di fil di ferro con cui si lega il cane:

Bonvinuta, luna nova, jìstu vecchia, e turnàstu nova,

carricatedda di ferru filatu

curcati, cani, chi t’haju liatu.

Questo scongiuro presenta le caratteristiche di una formula dell’antica magia che, in ambiente cristiano, mal si sia adattata ai principi della nuova religione. In certi paesi i popolani ricorrono a formule che valgono a sfascinare il cane. Così i popolani dicono:

Santu Vitu di Barbaria , nuddu mali ci facia:

denti di cira e di ferru filatu

zittiti, cani, cà t’haiu liatu.

Il cane viene quindi disincantato e, non avendo più «i denti di cera e di fu di ferro», viene liberato dal pericolo di morir di fame. Per liberarsi dalle invasioni di cimici, i nostri popolani ricorrono alla seguente invocazione-scongiuro che ripetono mentre scuotono le assicelle del letto:

O Santu Zaccaria,

nun ‘nfittati la cammareddra mia, ogni luocu ed ogni via. Scansatila vu’

la cammareddra mia.

Ma la più efficace è un’altra lezione che va ripetuta il Sabato Santo, mentre suonano le campane del Gloria:

Santu Ziccaria ,

primu chianci e pua lagrimia:

— Chi ha’, Ziccaria, ca chianci?

— A’ passatu ‘na cimiceddra 5 e m’à tingiutu la cammareddra.

— Nun la sa’ l’orazioni?

— Nun la sacciu.

— Piglia ‘na viti,

attaccacci na scucchiteddra russa 10 e dici:

«Muori, muori, cani fitenti,

ca trasi Gesuzzu Onnipotenti».

Perché l’«arazioni» sia efficace bisogna battere le parti infette della casa con un ramo di vite con nove nodi, al quale sia stato legato un nastro rosso di seta. Lo scongiuro contiene un «historiola». S. Zaccaria piange perché una cimice gli ha infettato la cameretta . Un Santo taumaturgo gli insegna il modo come liberarsene. Ma chi sia a chiedergli la ragione del pianto non è esplicitamente detto. Per la donna che ha fornito lo scongiuro ad interloquire con S. Zaccaria è Cristo Risorto. Il che non è improbabile, parte valida dello scongiuro: gli insetti debbono morire perché è Gesù Onnipotente in persona che entra nella cameretta. Formule per liberare la casa dalle cimici sono diffuse un po’ dappertutto nell’Isola. Il Sabato Santo, mentre le campane annunziano la Resurrezione di Gesù, si grida questa formula, battendo con le palme delle mani le assicelle del letto:

Nisciti, cimici, di la casa mia ,

ca è risuscitatu lu Figghiu di Maria.

Per scongiurare le cimici e le pulci, il Sabato Santo, dicono:

Sabbatu ssantu vinni:

pulici e cimici, vativinni.

Sempre il Sabato Santo, mentre suonano le campane del Gloria, la padrona di casa, per allontanare cimici, pulci e zanzare, monta sul letto e, battendolo con replicati colpi di bastone, dice: «Cimiceddi, puliceddi, muscaggiunedda, vativinni di ccà, cà risuscitau Nostru Signuri»

Scongiuri amorosi

Gli scongiuri amorosi generalmente «sono prerogative di fattucchiere che svolgono la loro attività in questo campo particolare. Coloro che incantano le malattie, gli animali o il tempo, convinti come sono di recitare una speciale preghiera, rifuggono dagli scongiuri amorosi, adducendo come giustificazione il fatto che in essi sono contenute terribili maledizioni e parole sacrileghe, e spesso è richiesto l’aiuto del diavolo». Benché essi siano considerati «formule maledette», tuttavia, qualche volta, non mancano di invocazioni alla Madonna ai Santi e agli Angeli. In una preghiera-scongiuro, si invoca l’aiuto dell’«Angelo della Vera Luce» (forse l’Arcangelo Michele):

Ancilu di la vera luci, dunacci tri vuci, ardenti e forti cci l’à’ dan

ca lu cori ppi NN. cci avi a spasimari.

Si iè di sì:

sia alorgiu sunari, sia campana sunari, sia bon parlari, sia gaddru cantari,

sia cani abbaiari.

In una variante, oltre all’«angelo dell’eterna luce», sono chiamati a raccolta angeli, arcangeli, serafini e cherubini per venire in aiuto di chi scongiura:

Ancilu di l’eterna luci Va iettacci tri vuci, ardenti e forti ci l’à a ittari, ca lu cori Pi mia cci avi a spasimari.Ancili, arcancili, serafini e cherrubbini, tutti quanti attornu a mia, assistitimi cu la vostra cumpagnia:
si siti tutti angili veramenti
l’aviti a purtari cca a lu prisenti,
tanti signali m’aviti a purtari:
‘raloggi sunari,
campani a sunari,
gaddi a cantari,
cristiani a passari,
cani abbaiari,
crapi a mauliari.

Come nella nostra lezione, chi recita lo scongiuro potrà arguire se il suo volere si compirà da speciali segni responsivi. Rintocchi di campane e di orologi, abbaiar di cane, rumore di gente che passa per la via e cantar di galli sono segni buoni.Tali segni si riscontrano ancora nella seguente preghiera-scongiuro.

Armuzzi dicullati:
tri accisi, tri ‘mpisi e tri annigati,
tutti novi vi jungiti,
davanti l’Eternu Patri vi nni jiti,
tantu l’at’a priari
ca la grazia m avi a fari:
o alorgiu sunari,
o campana sunari,
o cani abbaiari,
o porta sbattiri,
o genti chiamari.

L’aiuto viene chiesto alle anime dei decollati, il cui culto è particolarmente diffuso nella nostra zona. Se si vuole un preciso responso, lo scongiuro deve essere recitato in luogo solitario e di notte. Molto simile alla nostra è la preghiera-scongiuro a San Giovanni Decollato, che i popolani recitano in luogo solitario insieme con tre pater, ave e gloria:

San Giuvanni Decullatu 31, tri brizzi, tri ‘mpisi e tri ‘nnigati, tutti novi v’àti a uniri, avanti a Diu vi nn’àti a ghiri e tantu lu prijati e lu strinciti
chi a mia di sti peni mi livati:
porta battiri,
campani sunari,
friscu friscari,
cani ‘baiari.
Tandu mi partu di vui, Signuri,
quandu sentu battituri.

In uno scongiuro si invoca la «Sorte», cioè la buona ventura, per sapere se sarà esaudito un desiderio:

Stasira iè lu luni, dumani iè lu marti, la ma Sorti ppi luntanu parti, parti ppi luntana via,

vieni, Sorti, vieni parla ccu mia:

o campana sunari,

o alorgiu sunari,

o gaddru cantari,

o cani abbaiari

o sceccu ragliari,

o genti chiamari.

Se, anziché di lunedì, lo scongiuro si recita di martedì, i primi due versi variano così:

Arsira fu lu luni,

oj iè lu marti,...

 

Si chiama la «Sorte», la sera del primo lunedì di mese, in questa maniera:

Oggi è luni e dumani è marti

e la me’ Sorti di ddà si parti,

e si parti di longa via,

veni, o Sorti, e passa cu mia! Veni, o Sorti, mi leva di guai,

e s"un lu cridi, levami l’assai. Veni prestu e nun tardari cu visu binignu e ‘un mi fari scantari. Dimmi ch’aspettu? Com’haju a campari?

«Seguita da avemarie, paternostri e gloriapatri, questa invocazione dovrebbe sortire il suo effetto: e se ne avrà il preavviso in sogno, e con l’approvazione della Sorte in persona. Se no, bisogna insistere nel ripeterla I nostri popolani, per antivedere la concessione di una grazia, la sera, prima di addormentarsi, recitano, insieme a tre pater, ave e gloria, la seguente preghiera-scongiuro:

San Giorgiu, bravu cavalieri

bieddru a cavaddru e bieddru a l’appedi,

un suonnu m’at’a a fari sunnarì. Siddru iè di si:

o ‘na vigna carricata, o ‘na tavula a mangiari,

o ‘na chiesa sagramintali. Siddru iè di no:

o acqua currenti,

o fuocu ardenti,

Scansatimi diii mali genti.

L’invocazione è rivolta a San Giorgio, «bravo cavaliere», perché dia in sogno a chi scongiura i segni responsivi. Se la notte si sogna una vigna carica d’uva o una tavola apparecchiata o una chiesa sacramentale, vuoi dire che il proprio desiderio sarà esaudito. Se invece si sogna acqua corrente o fuoco, bisogna deporre ogni speranza. Per avere notizie di una persona lontana, si recita la seguente preghiera-scongiuro:

San Giorgiu cavalieri

vui a cavaddru e eu a peri;

vui ch’andasti a lu livanti,

chi vinisti a lu punenti,

sta grazia m’àta a fari

tempu un nenti.

Quindi si dice ciò che si desidera e si recitano tre pater, ave e gloria. Se durante la notte si sogna una persona a cavallo vuol dire che la cosa andrà bene, il contrario invece accadrà se si sogna una persona a piedi.

Scongiuri contro il malocchio

Il malocchio, così come è inteso dai nostri popolani, è un maleficio volontario. Causa del malocchio è l’invidia per cui un uomo malvagio il quale mal vede la salute, la felicità ed il benessere di un altro uomo, gli nuoce, servendosi della formidabile potenza del suo sguardo. «Può, infatti, arrestarne lo sviluppo del corpo e causargli sviluppi organici inspiegabili; può renderlo melanconico e sfiduciato se è l’uomo più lieto e sicuro di sé di questo mondo; ovvero può risparmiargli la salute e colpirlo, invece negli affetti e nei beni, gettandolo nella miseria e nella disperazione». I nostri popolani attribuiscono quasi sempre la causa dei loro mali al malocchio ed alla «fattura». La «mala fattura» è il grado più alto di azione maligna. Per mezzo di essa si opera contro una data persona con oggetti e con materiale, appositamente preparati con particolari cerimonie. Per potersene liberare bisogna ricorrere alla «contro fattura». È necessario cioè che la persona, la quale sia stata vittima della «mala fattura», si metta nelle mani di una fattucchiera. Questa la sottoporrà ad apposite pratiche per liberarla dal male. Si fanno racconti paurosi in proposito. Si parla di intere famiglie sterminate, di persone che, dopo aver mangiato un dolce «fatturato», sono impazzite o si sono ammalate e che sono state guarite dopo essersi sottoposte a pratiche magico-mediche di fattucchieri. Il malocchio o la «mala fattura» sono terribilmente temuti dai nostri popolani. Contro questi mali essi cercano di immunizzarsi, fornendosi di amuleti, sottoponendosi a pratiche, ricorrendo agli scongiuri. Largamente diffusa è la seguente preghiera-scongiuro che sembra avere carattere preventivo e che viene recitata la sera mentre si va a letto:

Nni stu lettu mi curcu i’, cincu santi cci truovu i’:

dui a li piedi e dui alla testa, mmiezzu c’è Signuri e Di’; Iddru mi dissi, Iddru mi scrissi ca la cruci mi facissi:

— Duormi, figlia, ed arriposa nun ti spagnari di nessuna cosa. Darrieri la porta mia

cc’è lu mantu di Maria e lu vastuni di San Giseppi. Cu’ avi a fari mali a mia

nun pozza asciari né porta e mancu via.

A prima vista i primi otto versi sembrerebbero essere a sé stanti, ma essi fanno parte integrante della preghiera-scongiuro. Ciò è dimostrato dal fatto che non vengono mai recitate a parte e dal significato chi ricorre alla preghiera-scongiuro non deve più avere paura di «nessuna cosa», neanche dei malefici. Infatti dietro la porta sta il Manto di Maria, barriera inviolabile, ed il bastone di San Giuseppe. In uno scongiuro, San Simone col suo bastone cava gli occhi alle persone cattive, «mali persuni»:

Chiuju ‘a porta mia cu lu mantu di Maria:

Gran Signura Maria, cu ha a fari mali a mia

‘un pozza truvari né alica né valia. San Simuni cu lu so’ vastuni

cci scippa l’occhi a li mali persuni.

In uno scongiuro che si recita la sera dopo aver messo il catenaccio alla porta, al posto del bastone troviamo le miracolose chiavi di San Simone:

Iu chiuru la porta mia

cu lu mantu ri Maria,

cu li chiavi ri San Simuni,

Diu mi scansa ri mali persuni:

Cu accosta o me scaluni,

possa mi cari a faccia buccuni.

Particolare efficacia attribuiscono i popolani al seguente scongiuro:

Tri stizzi di sangu di Gesù,
tri fila di capiddri di Maria,
‘ncatinati forti a li mali nnimici mia.
Cu’ voli mali a mia,
nun pozza truvari
nè porta, né strata e mancu via.
Stuccarisi li gammi ppi la via.

In esso si chiede che i cattivi nemici vengano «incatenati» con tre capelli della Vergine, che si smarriscano e che si spezzino le gambe lungo la via. Da notare le tre stille, «stizzi», di sangue di Gesù. che «nel caso del malocchio il sangue di Cristo si contrappone, per sua naturale virtù e per la sua forza divina, a chi è causa del male, annullandone ogni eventuale rapporto con le forze nocive e fiaccandone la potenza malefica», Simile alla nostra è l’invocazione-scongiuro che si recita così:

Tri stizzi di sangu di Gesù

tri fila di capiddri di Maria,

cu’ voli mali a mia attaccatilu e liatilu.

 

Per neutralizzare il malocchio, i nostri popolani dicono, segnandosi:

La putenza di lu Patri la sapienza di lu Figliu,

la virtù di lu Spirdu Santu, la Virginità di Maria:

nuddru ci po’ supra di mia.

Le nostre popolane, quando vedono una fattucchiera, «magara», e temono di qualche «mala fattura», con una mano si cospargono i capelli di sale e con l’altra toccano una chiave, dicendo:

Acqua e sali a li magari socchi ànnu a fari nun ci pozza giuvari.

Talvolta cospargono di sale le orme degli zingari che sono entrati nella casa.Particolarmente interessante è la seguente preghiera-scongiuro:

Santu Vituzzu, la voscia serba vi veni a priari.

‘Ncarnatu e bon ‘ncarnatu, tuttu di cira e di fierru filatu,

Li vuosci canuzzi m’atà a ‘mpristari,

lu cori a lu nnimicu

m’hannu a jiri a muzzicari. Forti e bon forti, a fari un tradimientu a mia

ci avi a viniri forti,

cà lu sirpenti ci liga lu denti, cà lu nimicu lu cori e la menti, cà casca ‘nterra e cci mori lu cori, nun pozza fari chiddru ca voli.

La preghiera-scongiuro viene recitata specificamente contro la persona dalla quale si teme il malocchio. Ciò è stato esplicitamente detto da colei che l’ha fornita. I versi in cui si chiede che il «nemico» venga neutralizzato e l’ultimo verso: «non possa fare quello che vuole», confermano l’esattezza della spiegazione data dalla fornitrice dello scongiuro.Non è stato, però, possibile sapere se le parole vengano accompagnate da una speciale pratica.Esistono diverse varianti di questo scongiuro. Ma esse presentano le caratteristiche di scongiuri amorosi.Una certa affinità si riscontra nella preghiera-scongiuro che si recita per far ritornare la persona amata:

Santu Vitu a vui viegnu a priari

comu parenti, cucinu carnali,

li vostri canuzzi m’ati a ‘mpristari,

‘nta lu cori ri N.N. l’ati appizzari,

quietu nè notti né iuornu cci a dan,

ca a mia avi a pinsari.

Contro l’insolazione

Uno scongiuro consente di guarire da encefalite di insolazione col metodo di «raccogliere il sole». Si prende un piatto di argilla, vi si versa un po’ d’acqua e indi un po’ di olio. Si colloca sulla fronte del paziente, si prende un po’ di stoppa, si accende e si fa cadere sull’olio del piatto. Si copre quindi la stoppa con un pentolino di argilla e si recita lo scongiuro:

Viu veniri tri pirsuni

lu Patri, lu Figliu e lu Signuri,

e d’unni affaccianu coddra lu suli

L’operazione si ripete tre volte e deve essere fatta solo al tramonto o al sorgere del sole. Per «estrarre il sole dalla testa», mettono sul capo del paziente un piatto di argilla con una candeletta accesa, vi versano un po’ d’acqua e coprono la candeletta con un bicchiere, dicendo:.

Suli malignu

abbannuna stu malatu

ca pi Cristu fu sarvatu

Talvolta, al posto delle candelette, mettono un anello e tredici pezzetti di filo; tolgono, uno alla volta, i pezzetti di filo recitando via via un Ave un Pater e un Gloria ed infine dicono:

Suli si’ e grazia m’à fari,

stu focu ca cci avi, cci a fari passari

Scongiuri contro le tempeste

Di tutti i mali che affliggono l’umanità, quelli che provengono dalla furia degli elementi sono i più temuti. Lunghi anni di lavoro possono essere annientati in poche ore. Uomini ed animali possono essere travolti dalla furia delle acque o uccisi dal fulmine. Si può perciò comprendere il terrore che le tempeste incutono nei nostri contadini. Essi si preoccupano delle colture, del bestiame, della casa e della vita. Impotenti di fronte alle misteriose forze della natura, ricorrono subito alle preghiere ed agli scongiuri. Anzitutto si pensa ad allontanare i cani, i gatti, a coprire con veli gli specchi, a nascondere gli oggetti d’oro e di rame, cose tutte che attirano i fulmini. Quindi si dà inizio alla recita degli scongiuri. Caratteristico è lo scongiuro che viene recitato dal figlio primogenito. Questi si affaccia sulla soglia di casa, si volge verso la parte dalla quale si avvicina minaccioso il temporale e fa per tre volte un segno di croce per aria con la falce, dicendo:

«O Adamu, Adamu,

pensa quannu Gesù muri a lu pedi di la cruci».

«O Adamo, o Adamo, — pensa quando

Gesù morì sull’albero della croce».

I segni che il primogenito fa con la falce che fende l’aria hanno l’effetto magico di tagliare in pezzi la tempesta. I popolani, per tagliare la tromba marina, eseguono tre tagli in croce in direzione di essa, fendendo l’aria con un coltello col manico nero e pronunziando il seguente scongiuro:

Sapienza di lu Patri,

sapienza di lu Figghiu,

sapienza di lu Spiritu Santu

e di la SS. Trinità

e sta cuda di rrattu,

a mari mi si nni và.

Pratiche simili accompagnano la pronunzia di scongiuri contro la tromba marina, «dragunara», Fra le «arazioni», che recitano contro il cattivo tempo, particolarmente diffusa è la seguente invocazione-scongiuro a Santa Rosalia:

Santa Rusalia tri cannili

e ‘ntorci addrumati,

stu ‘ntipieriu carmati.

Purtatilu luntanu luntanu,

unni non c’è né armali, né cristianu.

Si invoca Santa Rosalia perché calmi la tempesta, «‘ntimperiu», e la porti lontano, in luogo deserto di uomini e di animali. Uno scongiuro contiene l’«historiola» di Santa Anastasia:

Santa Nastasìa

n capu lu mari ca chiangia,

cci affaccia la Gran Vergini Maria:

O Nastasìa, chi ia’ ca chiangi e gridi?

O Matri mia, chi vi vuogliu diri?

Sientu viniri tri nievuli gridannu:

una di lampi, una di trona e una di neglia scura.

Mannatili luntanu luntanu, unni nun c’è né armali, né cristianu.

Santa Anastasia si trova sul mare e piange. Le appare la Vergine e chiede la ragione del pianto. La Santa risponde che è atterrita dal fatto che sente venire minacciose tre nubi: una di fulmini, «lampi», una di tuoni e una di nebbia oscura, e La prega di mandarle lontano, in un luogo in cui non vi siano né animali, né uomini. Gli ultimi due versi costituiscono la parte valida dello scongiuro. In uno scongiuro si comanda direttamente alla tempesta di andarsene lontano dalla casa di chi scongiura:

Lampi e trona vaitivinni ddrà ,

chista iè la casa di Santu ‘Gnà;

Santu ‘Gnaziu e San Simuni,

chista iè la casa di Nostru Signuri.

‘Mmiezzu di Roma e Betlemmi

cci su tri angili calati

e tri stoli ‘ncruciati,

du’ cannili d’oru addrumati

e la Vergini ca preja ppi

tutti li criaturi di lu munnu.

Nel pronunziare il primo verso si fa con la mano sinistra un gesto come per cacciare la tempesta in direzione del mare. I primi quattro versi li ritroviamo, pressoché intatti:

Tronu, tronu vattinni arrassu:

chista è la casa di Santu ‘Ngnaziu;

Santu ‘Ngnaziu e San Simuni chista

è la casa ‘i Nostru Signuri.

I versi della invocazione-scongiuro a Santa Rosalia, fanno pensare ad una probabile pratica magica, ma chi ha fornito lo scongiuro non ne ha fatto alcun cenno. Ma lo scongiuro più diffuso, specie tra i contadini, è il «Verbu» che viene recitato non solo per scongiurare la tempesta, ma qualsiasi altro pericolo:

Lu Verbu sacciu e lu Verbu aiu a diri,

lu Verbu ca lassà Nuostru Signuri,

c’a lu pedi di la cruci vosi muriri

ppi sarbari a nuantri piccaturi.

0 peccaturi, o peccatrici,
vieni guarda chista cruci,
quantu iè alta e quantu iè bella
ca un vrazzu posa n’ cielu e l’antru ‘n terra.
Ddruocu cc’è un liettu di sciuri
ca cci arriposa Nuostru Signuri.
La Santa Mamma affaccirà ccu lu libbru a li
manu
c’andrà liggiennu e andrà chiangennu:
— O Figliu, O Figliu, cuomu pirdunasti a li
Judìa,
accussia a pirdunari a li figli mia.

O mamma, mamma, nun li puozzu pirdunari,

ca li piccati sunnu assà. Cu’ sapi lu Verbu e nun lu dici

setti palati di fuocu e di pici;

cu’ sapi lu Verbu e nun lu ‘mpara

carcaria ‘ntra ‘na callara;

cu’ dici lu Verbu tri voti a la notti

iè scansatu di ‘na mala morti

Cu’ dici lu Verbu tri boti addifora,

iè scansatu di lampi e di trona;

cu’ lu Verbu tri boti lu venniri a dijuni,

iavi tridici anni di pirduni;

cu’ lu dici tri voti a lu cantu

iè scansatu di lampu, truonu e scantu,

cu’ lu dici sabatudia

si nn’ acchiana ‘n cielu ccu Maria.

Si curavano così....

Anticamente, sia per ignoranza, sia perché la povertà faceva sì che non potessero rivolgersi al medico per curare i malanni "del bel tempo che fu", erano soliti ricorrere a scongiuri fatti con formule arcane e in un certo qual modo segreti. Era infatti convinzione del nostro popolo che, le formule degli scongiuri dovessero rimanere segrete perché, erano convinti che, una volta svelati avrebbero perduto il loro effetto o peggio avrebbero attirato su loro, la vendetta degli spiriti benigni o maligni, irritati perché si sarebbe penetrati nei loro oscuri misteri.

CONTRO LA TOSSE... Colui che scongiura deve fare tre segni di croce sulla gola de. paziente per stroncare la ranula che cresce sotto la lingua e deve recitare intanto questo scongiuro:" raugu rauguni, vattinni a lu vaddruni, vattinni funnuni unna nun può viniri chiuni, dunna nun può acchianari pi, mia a turmintari". 

CONTRO IL MAR DI VENTRE... Chi recita lo scongiuro deve strofinare io stomaco del paziente con la mano unta d’olio e dire " Quannu lu Signuri si nni i nni l’india, ncuntrà un bon’omu e na tinta fimmina, acqua nterra e fienu vagnatu, lu Signuri si ci ha curcatu ". In ultimo bisogna recitare ti " Credo".

CONTRO L’INSOLAZIONE... " Pi tirari lu suli di la testa " si pone sui capo del paziente un piatto d’argilla con un po’ d’acqua, si preparano nove pezzettini di bambagia e si mettono in una tazza, si accende quindi il cotone e subito la tazza si capovolge nel piatto. La bambagia si spegne, l’acqua si asciuga e sottili spire di fumo si raccolgono nella tazza. Si recita poi il seguente scongiuro: " Armuzzi decollati, quannu tutti novi vi iungiti, quannu trasiti intra la ma casa vi ringraziu di chiddru ca faciti ". Si recitano poi tre " pater " a Santo Zaccaria.

CONTRO IL MAL DI GOLA... chi ha mal di gola deve prima recitare tale scongiuro " San Bilasi miraculusu, libiratilu stu carusu, la gula sanatici cu la vostra putenza, la vuogliu di vui sta provvidenza. Si sta granni grazia mi faciti li cuddrureddri di mia vui aviti ".Dopo lo scongiuro bisogna strofinare la gola con un po’ di cotone imbevuto d’olio e recitare tre "Pater" e un "Credo".

CONTRO LE DOGLIE DEL PARTO... si suole recitare la seguente preghiera-scongiuro: "Beddra  Matri di lu munti, ca di lu munti libirastivu a tanti, libirastivu li chiechi e li defunti, libirati prestu st’armuzza di livampi".

CONTRO IL MAL DEL PELO... in questi casi si ricorreva all’aiuto di San Giobbe; la paziente deve portare al collo una corona detta " La cruna di Giobbi ", costituita da grossi chicchi grigi, e deve recitare per tre venerdì consecutivi il seguente scongiuro: " Santu Giobbi si nni stava pacinziusu intra nna chiana. Passà nna fimmineddra sula, suliddra e custirnateddra. Chiangennu si misi a li piedi di San Giobbi e ci dissi custirnata: la ma figlia è affamata, l'atticieddru nun n’haiu cchiù. Vu ca siti Santu e putenti facitimi passari lu pilu ‘ntiempu di nenti. Santu Giobbi dissi a la donna  va di la chiesa a la culonna e preia ddra appuiata ca la grazia subitu t’é data".

CONTRO I VERMI INTESTINALI.,. si prendono alcuni spicchi d’aglio, si pestano e impastati con olio vengono messi in una tazzina con un soldo e un batuffoletto di cotone, si accende il cotone e, la tazzina capovolta viene posta sull’ombelico del paziente. La scongiurante intanto dice: " Si nni stava Rusalia ‘ncapu un munti ca chiangiva-pirchì chiangi Rusalia? — Haiu lu vermi di la murbisia e mamma mia nun lu sapia —‘ Dici ccu mia: lu unì è santu, lu mierculi è santu, lu iuovi è santu, lu venniri è santu, lu sabatu è santu, la duminica di Pasqua lu vermi ‘nterra casca, Vermi virmuni, duna a buccuni e lassa viva sta criatura".

PERCHE’ SPUNTINO I DENTI., ogni piccolo recita la seguente invocazione. Quando gli cade un dente affinché gli ricresca subito: "Santu Nicola, Santu Nicola vi dugnu la vecchia e mi dati la nova. Mi l’ati a dari bianca e nova cuomu la scorcia di l’ova ".

CONTRO "LU FUOCU DI SANT’ANTONIU"si strofìna nella parte malata il sapone e un pò d’olio con una penna di gallina e poi si dice tale scongiuro: "Fuocu perdi lu tò putiri, Sant’Antonìu lu pò vuliri. Tu si santu e a lu mari si lu vuò lu può ittari. Santu sì e lu può fari fallu prestu e nun tardari". Si recitano poi tredici " Pater Noster".

CONTRO IL MAL DI POLIPO... si incide su uno spicchio d’aglio una croce e si avvicina all’occhio e si recita il seguente scongiuro: " Santa Lucia virginedda e pia priati lu Signuri ppi nuatri piccaturi, avi tri iorna e tri notti ca haiu stu duluri ni l’uocchi e ppi passarimi lu diluri haiu sprimutu uogliu e finucchiuni ". In ultimo si recitano tre " Pater Noster " e un " Credo ".

CONTRO L’EPILESSIA.., colui che scongiura segna con la mano unta d’olio una croce sulla bocca, sul naso e sulla fronte del paziente e dice: " La mamma Sant’Anna cu lu vientu la cumanna. San Marcu ci dicìà lu cumannu lu lassu a tia. La Vergini Maria lu cumannu lu lassà a tia e ìu ti dicu malatia lassa libera sta figlia mia ".